lunedì 17 novembre 2008

Caro Brunetta...

Caro Ministro,

la Sua nobilissima decisione di consacrare la sua esistenza alla lotta contro i fannulloni e parassiti della Pubblica Amministrazione mi ha folgorato come accadde a San Paolo sulla via di Damasco. Pertanto, ho deciso di offrirle un mio piccolo contributo alla risoluzione del problema.

Innanzitutto, faccia così: si liberi da certi pregiudizi pietistici figli della cultura del politicamente corretto e del 6 politico e tratti gli statali, indiscriminatamente, da ciò che sono: dei delinquenti che non si rassegnano all'idea che, non essendo nati dalla parte della razza eletta, a loro tocca solo essere degli schiavi a vita come quelli del settore privato. Che cosa sono questi strumenti antiquati come il cartellino marcatempo o i tornelli! Lo strumento migliore per tenerli sotto controllo come si deve, è il braccialetto elettronico. Una volta sperimentato sui carcerati (che, Lei lo sa, di solito sono persone molto migliori degli statali, specie di quelli di sinistra) non dovrebbe essere difficile estenderlo anche ad altre categorie che ne sono degne. Quanto ai possibili costi, nessun problema: si rivolga pure a Tremonti e, un taglio qua, una sforbiciata là, le risorse usciranno. Pensi poi all'impulso che ne riceverebbe il Pil, dalla produzione in massa di simili, raffinati strumenti tecnologici: poi potrebbe anche vantarsi di essere un buon socialdemocratico, che applica politiche keynesiane (lo Stato spende in modo utile e rilancia la domanda interna), senza contare la gratitudine di cui certo la farebbe oggetto il presidente del Consiglio, perché è virtualmente impossibile che, in mezzo alle 700 e passa imprese di cui quest'ultimo è azionista, non ce ne sia anche una che produce braccialetti elettronici. E, si sa, nessuna impresa, in Italia, funziona meglio di quelle del Presidente: mai uno sciopero, mai un'ora di lavoro persa in nessun modo. Altro che cinesi, coreani o giapponesi.

Poi le suggerirei di applicare un metodo pressoché infallibile per stanare i fannulloni peggiori, tra l'altro un metodo che ebbe un grande successo al tempo in cui al governo c'era (con una maggioranza parlamentare simile a quella di oggi) un altro socialista passato a destra, ossia Mussolini: la delazione, meglio se anonima. Nell'attesa di istituire ufficialmente quelle belle figure come i capi-palazzo che, ai bei tempi in cui i treni arrivavano in orario, garantivano l'immediata identificazione e punizione di tutti i disfattisti che "remano contro il loro Paese", provi a far partire un esperimento pilota nella Pubblica Ammistrazione e proponga a tutti gli statali non ancora del tutto corrotti dalla sinistra e dal sindacato di denunciare i loro colleghi più fannulloni a un numero verde. D'altronde, a livello parlamentare, non dovrebbe incontrare grandi problemi a far passare una norma simile. Anche la sinistra (vedi Pietro Ichino) ogni tanto si fa venire un'idea del genere: ma è ovvio che, proprio in quanto sinistra, non saprebbe mai concretizzarla. Per usare il pugno di ferro, occorre essere uomini davvero, non necessariamente all'altezza del Presidente, ma il più vicini possibile al suo ideale. Per questo, quindi, l'operazione repulisti, nello Stato, deve iniziare dalle donne, naturalmente più deboli, emotive, ormonali, uterine, isteriche, piagnucolose, convinte che (orrore!) basti aver preso un titolo di studio per meritare un lavoro dignitoso, sempre pronte a lamentarsi di molestie sessuali di fronte a ogni "carineria" che si concede loro. Come non ha detto Cossiga, ma certamente lo pensa (e con lui tanti, tanti, tanti altri: tutti ottimi elettori, ministro, lo ricordi), prima si sbattono fuori queste puttane e meglio è.

Così, per dare il buon esempio, comincio a denunciarne una io, che sta nella mia stessa amministrazione. Una fannullona, mi creda, che non la batte nessuno. Una che prende uno stipendio favoloso per non fare assolutamente nulla, che lascia tutto il lavoro agli altri e poi salta fuori all'ultimo momento per prendersene il merito. Una che, ufficialmente, dovrebbe andare dappertutto e poi non va da nessuna parte, solo qualche volta dove è sicura di trovare solo amici. E poi è anche in età fertile, quindi sicuramente si sta preparando a mettersi in maternità, sulle spalle dei contribuenti, appena le viene comodo. Insomma, se pagarla non è buttare i soldi dalla finestra, cos'altro lo è? Forse lei la conosce: si chiama Gelmini, Maria Stella Gelmini.

domenica 16 novembre 2008

L'uomo nero, i mezzi uomini, gli uominicchi e i quaquaraquà

Da Washington. Berlusconi a Bush: "Visto che, la prossima volta che vengo qui, al tuo posto ci trovo un Bingo Bongo, che ne dici se gli porto in omaggio un bel casco di banane?". Il giorno dopo, lo stesso ai giornalisti. "Maledetti comunisti, imbecilli, disfattisti, siete sempre pronti ad attaccarmi qualunque cosa dico. Era una battuta di carineria..."
Forse sto esagerando, ma nell'Italia attuale può succedere questo e altro. Per esempio, che Calderoli racconti a una riunione di leghisti fedelissimi (quelli che "ce l'hanno duro"... ma che avete capito, si parla del comprendonio) che, in Usa, dopo l'elezione di Obama, si stia preparando un importante referendum, per cambiare l'inno nazionale che non sarà più "Stars and Stripes Forever". Gli elettori dovranno scegliere tra "Arriva il Negro Zumbon" e "Bingo Bango Bongo voglio andare fino al Congo".
Con questo, tra l'altro, voglio dimostrarvi che per essere razzisti non occorre nessuna intelligenza particolare. Come vedete, ci riesco benissimo anch'io che non lo sono e direi che ci riesco molto meglio di chi lo è. Sfido qualsiasi elemento del Ku Klux Klan a inventare battute più divertenti e meno scontate sul tema delle due che vi ho appena proposto.
Buttiamola sul ridere per non piangere. Le cose vanno già abbastanza male da sole, non è il caso di farci altro male da soli sciogliendoci in lacrime. Pensate un po', non riesco a piangere nemmeno per Miriam Makeba, che ha scelto il posto più fetente delal Terra (perché nel Terzo Mondo almeno hanno l'alibi del sottosviluppo: a Castelvolturno, invece, i denari scorrono a fiumi) per dare l'addio al mondo più elegante che un'artista del suo calibro possa immaginare. Se proprio vogliamo versare qualche lacrima, non dedichiamola a questa meravigliosa figura materna che ha semplicemente concluso un po' prima del previsto una vita bella e utile, a modo suo, come poche; piangiamo per noi stessi, che siamo rimasti un po' più soli in un mondo in cui lei non c'è più ma i camorristi sono rimasti.

Dato che sono in vena di battute, ve ne voglio proporre una che non potrete mai ripetere in pubblico, pena la riprovazione generale a vita: a Lecco stanno a fare tante storie circa l'accanimento terapeutico su Eluana Englaro mentre in Sicilia la situazione va ancora oltre, l'accanimento terapeutico di alcuni medici si spinge al punto da continuare a curare i malati anche dopo che sono morti e sepoliti da decenni.
Perché una battuta così non si può dire in pubblico? Lo sapete meglio di me, perché qui in Italia la "serietà" sembra essere diventata il monopolio dei minorati mentali. Se si parla di certi argomenti, occorre assumere innanzitutto la giusta faccia di circostanza (triste, grigia, lugubre) e poi esprimere un'opinione, non importa quanto trita e banale, ma allineata sulla posizione di una delle due parti contendenti. Nessuna delle quali, peraltro, rappresenta la povera donna in coma da 17 anni, ma soltanto i propri preconcetti. Che uno possa dire: "Sentite, innanzitutto siete dei maledetti sciacalli che non hanno nessuna vergogna di sbandierare una persona e una famiglia vittime di una disgrazia terribile per degli obiettivi che non hanno nulla a che fare con loro; e poi dovete finirla di tirarmi per la giacca perché io non la penso come voi e non sarà certo facendo in in questo modo che mi convincerete", non è, evidentemente, ammissibile.
Personalmente, credo che abbia ragione il signor Englaro a voler interrompere l'alimentazione forzata: non credo abbia il minimo senso sforzarsi di tenere in vita, contro ogni naturale evidenza, un corpo che ormai vegeta senza speranze. Pensò però anche che la questione del testamento biologico non vada affrontata con leggerezza (se devono farci una legge come la Cirami o la Cirielli, è meglio il vuoto normativo), soprattutto in un contesto storico come quello attuale, in cui l'ossessione per la privatizzazione dei servizi e quella per il taglio dei costi superflui possono davvero portare ad aberrazioni degne del peggior Mengele. Ma questa, al momento, è un'ipotesi lontana, perché l'orientamento generale sembra rivolto verso la direzione contraria: che, se possibile, è ancora più sbagliata. I criteri per stabilire lo stato di vita o non-vita, e la conseguente titolarità dei diritti personali, non sarebbero più scientifici o condivisi attraverso una qualche forma di discussione, ma imposti da chi è in grado di influenzare l'opinione pubblica, in base a ogni sua superstizione e idiosincrasia o al semplice capriccio. Naturalmente, per chi non l'avesse capito, sto stigmatizzando la pesantissima ingerenza del Vaticano negli affari dello Stato italiano, ingerenza che (a prescindere dalle mie opinioni in materia religiosa o teologica, che comunque non sono quelle di un ateo) mi rifiuterò di considerare legittima almeno fino a quando il Vaticano continuerà a ricevere palate di soldi e a godere di altri privilegi di ogni tipo dallo Stato italiano. Ma qui, di questi tempi, a quanto pare, avere conflitti di interesse è uno status symbol che fa figo e attira simpatie.
In tante ore di servizi televisivi sulla storia di Eluana, non ho sentito mezza parola di dolore per la vita irrimediabilmente spezzata di una ragazza nel fiore degli anni, di uno sguardo vivace e un sorriso luminoso che ora appaiono solo in qualche istantanea, spenti per sempre come sono. La piccola esistenza di Eluana non era diversa o lontana da quella tutti noi e, ogni tanto, faremmo bene a immaginare un mondo parallelo, come quello che vede il protagonista di "La vita è meravigliosa", per renderci conto di come la mancanza o la perdita di persone insignificanti quanto noi, eppure per noi importantissime, avrebbe potuto renderci molto diversi e spesso costarci caro. Guardo Eluana e penso a una donna che commetterà (o ha già commesso) un errore gravissimo destinato a segnare per sempre la sua vita, perché non aveva accanto l'amica che le avrebbe dato l'unico consiglio per evitarlo; oppure a un uomo destinato a vivere un amore meraviglioso e che invece resterà solo o insoddisfatto per tutta la vita. La vera tragedia di una vita stroncata nel fiore degli anni è questa, e la volgarità con cui gli omuncoli e gli sciacalli continuano senza ritegno a esibire questo orrendo spettacolo con il chiaro intento di condurci emotivamente dalla lora parte, fa semplicemente schifo.
Il fatto che, poi, qualcuno abbia costruito le sue più grandi fortune su una televisione che non fa altro che proporci storie simili, nello stesso modo, tutti i giorni, e che questo qualcuno ora sia in grado di decidere indisturbato del futuro di molti di noi, è solo la ciliegina sulla torta... ogni giorno, sempre più indigesta, e non fatemi dire altro.

venerdì 31 ottobre 2008

noi, gli ostaggi

Ieri, come molti miei colleghi, ho scioperato. Una minoranza di noi non ha partecipato allo sciopero ma so con certezza che molti di questi "crumiri" sono stati convinti a restare in servizio dal pensiero della trattenuta sullo stipendio. Trovo che questo sia triste, ma non scandaloso: ai nostri livelli retributivi, in certe condizioni, anche una perdita secca di qualche decina di euro può significare essere costretti a stringere la cinghia al di là del lecito. Può essere un problema per me, che pure ho due stipendi che entrano in casa, figuriamoci per quelli che ne hanno uno solo, per le madri separate o divorziate soprattutto. E, in mezzo al personale scolastico, di persone così ce ne sono tante. Non tutte le donne italiane hanno avuto la possibilità di sposare il figlio di un uomo ricco o di bruciare le tappe nella carriera con i metodi che la Guzzanti ha attribuito (presumo a ragion veduta, visto lo spessore morale dei loro mentori) alla Gelmini e alla Carfagna. Diciamo pure che, in gran parte, esse avrebbero anche potuto farlo (le insegnanti non passano per modelli di bellezza fisica perché la loro età media è piuttosto elevata, data la lentezza del turn-over: ma, rispetto alle coetanee che fanno altri lavori, si presentano molto meglio) ma il fatto è che non hanno voluto, perché evidentemente avevano delle idee che non corrispondono a quelle del Semi-Dio di Arcore sulla differenza tra determinazione e prostituzione. E' inutile dire che hanno tutta la mia solidarietà e che non scambierei mai la loro compagnia con quella di nessuna velina o letterina. Magari sarò affetto da una forma di perversione che non è ancora stata descritta dagli psichiatri, ma purtroppo le cose stanno così.
Questo per dire che le cifre sull'adesione allo sciopero vanno interpretate, più che prese alla lettera. Una partecipazione del 60% non significa che c'è un 40% che non condivide le ragioni dei colleghi ma che il 60% non solo è contro la politica del governo, ma è addirittura esasperato da questa al punto da affrontare un sacrificio pur di esprimere un tale dissenso; mentre invece, il 40% rimanente è costituito soprattutto da chi non è d'accordo con il governo ma non se la sente di sacrificarsi, o addirittura non può permettersi di farlo, e poi una sicura quota di indifferenti, e, solo dopo di questi, una ridotta minoranza che, per svariate ragioni, è d'accordo con il governo. In altre parole, la piazza che manifestava non era costituita dalla totalità dei no-Gelmini, ma solo dalla punta dell'iceberg dei Gelmini-fai-schifo.
Non devo aggiungere nulla a quanto stanno riportando i mass media su quanto sta accadendo in queste settimane. Piuttosto, vorrei spazzare via qualche illusione che alcuni di noi (nel senso di quelli che stanno dalla mia parte) si sono fatti.
Basta andare a leggere i commenti che scrivono i lettori della stampa di destra (a proposito, mi permettete una battuta, prima che qualcuno me la rubi? Ecco: in Italia si possono comprare diversi tipi di carta igienica, per tutte le tasche: la più economica si trova negli hard discount, la più cara te la danno in edicola quando chiedi "Il Giornale", "Libero" o "La Padania") ma anche ascoltare cosa dicono gli elettori di destra (ne conosco diversi). A qualcuno abituato a pensarla diversamente potrà sembrare strano: ma, a quanto pare, non hanno alcun soprassalto di vergogna e, anzi, sono solo dispiaciuti che la Celere non prenda a manganellate i manifestanti direttamente, senza neppure la scusa degli incidenti. E l'ipotesi di Cossiga, quella di picchiare anche gli insegnanti insieme ai ragazzi, soprattutto le maestre giovani, fa tanti di quei proseliti che si stenta a immaginarli.
Per essere una categoria di fannulloni che promuove con il 6 politico, occorre dirlo, ci siamo fatti un bel po' di nemici. Figuriamoci se non li avessimo neppure promossi con il 6 politico! Sarebbero venuti a cercarci casa per casa, ci avrebbero impiccati ai lampioni, tutti in fila come i gladiatori di Spartaco? La verità è che il "6 politico" è in gran parte una leggenda metropolitana: già quando andavo a scuola io, nella seconda metà degli anni '70, era un lontano ricordo. Visto che dovrebbe essere un prodotto del '68, almeno così si dice, deve essere stato un esperimento abbandonato quasi subito. Ma a sentire quelli di destra, pare che da quarant'anni i diplomi si diano via a un soldo la dozzina. Per puro caso, ho notato che gran parte di quelli che inveiscono contro la facilità con cui si prendono i titoli di studio, ne sono sprovvisti. Ora, un elementare criterio logico insegna che si può parlare a ragion veduta solo di ciò che si conosce direttamente, e non mi pare questo il caso. Però, immaginando che le argomentazioni della destra contro il lassismo della scuola pubblica fossero valide, cosa dovremmo concludere? Che gli elettori di destra non sono capaci di farsi promuovere neppure da una scuola che regala le promozioni, in pratica che sono dei minorati mentali (si può giungere alla stessa conclusione da tante altre strade, a dire il vero). Forse non abbiamo capito bene come stanno le cose, da dove nasce l'opposizione. Magari il problema del 6 politico è che non basta, perché per prenderlo bisogna quanto meno sprecarsi ad andarci, a scuola, e a starci fisicamente dentro un minimo di tempo necessario. Chi sa che la scuola ideale dell'elettore-tipo di destra non sia quella in cui non si deve neanche andare, quella che il diploma te lo porta direttamente a casa senza bisogno di scomodarti per nulla (in pratica, quello che hanno fatto a lungo molte scuole private, e forse lo fanno ancora). In effetti, la "riforma Gelmini" va proprio in questa direzione e la serietà e il merito con cui la ministra sciampista si riempie la bocca (meglio questo che altro, direbbe la Guzzanti) sarebbero da intendersi come quelli dimostrati votando l'attuale maggioranza, non altri.
Il fatto, dobiamo rassegnarci, è che almeno metà degli italiani la pensa proprio così, anche se l'uso del verbo "pensare", per le ragioni su esposte, è alquanto generoso. E l'altra metà, quali che siano le sue idee e le sue ragioni, finché dura questo stato di cose, è destinata a rimanere ostaggio di una banda di cialtroni convinti di essere dei padreterni. L'ultima volta che l'Italia si è trovata a vivere in queste condizioni, ci sono voluti venti anni e una guerra persa in modo disastroso per aprire di nuovo gli occhi: ma c'è di positivo che, all'epoca, il capo carismatico era arrivato al potere da giovane, aveva quasi la metà degli anni di quello attuale (39 contro 72). Forse non saremo costretti ad aspettare tanto, magari ci penserà la natura a regalarci una nuova festa della Liberazione entro pochi anni, senza bisogno di spargimenti di sangue e di cadaveri scempiati mentre sono appesi a testa in giù. Vi dirò di più (e sono certo di interpretare il pensiero di quasi tutti gli altri "ostaggi"): sono disposto perfino a piangermelo e a riconoscergli una figura postuma di vero statista, purché si tolga dalle scatole abbastanza presto.

sabato 11 ottobre 2008

venditori di fumo, consumatori di fumo

Passa il tempo e, ogni volta, mi trovo a dover ricominciare daccapo, nel senso che mi tocca ripetere sempre le stesse cose. Mi sento come quelli che non si tagliano mai la barba o i capelli per protestare contro un certo stato di cose finché questo dura; e, come queste stesse povere persone, passo altrettanto inosservato, al massimo posso essere preso per pazzo.
Cosa si smuove? Poco, e quel poco sembra sempre dimostrarci che il peggio deve ancora venire. Il Semi-Dio di Arcore forse si è reso conto che la sua pantomima dell'emergenza risolta non potrà durare in eterno senza essere, prima o poi, smascherata come si deve; quindi, corre ai ripari: tra poco, la patata bollente passerà agli enti locali e tutto il peggio che potrà succedere (compreso, è ovvio, ciò che è già successo e non si può nascondere) sarà a loro addebitato, scaricando l'infallibile governo centrale dalla responsabilità di ogni piccolo o grande fallimento. Prima o poi sarebbe finita così e, d'altronde, se simili provvedimenti raggiungessero il risultato di far cadere almeno un po' di teste di amministratori locali corrotti o inetti, al limite qualche risultato potremmo dire di averlo raggiunto. Ma intanto Bassolino e Iervolino stanno ancora lì, a Roma sono considerati addirittura interlocutori privilegiati anziché due parassiti da cacciare a calci nel sedere, e (vista la nota propensione degli italiani, e dei campani in particolare, a prostituirsi a chiunque occupi saldamente un posto importante) non è escluso che il loro elettorato si stia di nuovo consolidando e che il loro peso sia destinato a farsi sentire ancora tutto in occasione delle prossime consultazioni elettorali, dalle europee del 2009 in poi. "Chi ha avuto ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato ha dato, scurdammece 'o passato, siemme 'è Napule, paisa'"... è impossibile non sentirsi risuonare questo terrificante ritornello e, almeno nel mio caso, aver voglia di scappare, andare il più lontano possibile come fa il personaggio interpretato da Nino Manfredi nel film "Pane e cioccolata", quando viene espulso dalla Svizzera e si ritrova, sul treno, in compagnia di altri disgraziati che non sanno fare altro che cantare e suonare chitarre e mandolini.
E se Bassolino & Co. ancora non bastassero, occorre guardare in faccia i soggetti che stanno dall'altra parte: così si capisce perché ce lo siamo tenuti tanto a lungo, il nostro governatore. Il meno impresentabile dei soggetti espressi dal centrodestra, nella nostra regione, dovrebbe essere ancora Italo Bocchino: state un po' a sentirlo quando parla, fate uno sforzo per immaginarvi gli altri (quelli di An sembrano tutti gran signori e raffinati intellettuali rispetto a quelli di Fi, perfino il "cuozzo" Landolfi per il quale mettere insieme dieci parole in Italiano deve equivalere a tutte e dodici le fatiche di Ercole) e poi mi darete senz'altro ragione.

Lasciamo questo tipo di spazzatura e occupiamoci di quella di un altro tipo. Naturalmente sto seguendo con il solito interesse le attività della ministra sciampista Gelmini, la pupazza parlante (come Slappy dei "Piccoli brividi") che va nelle piazze e in tv a prendersi i fischi destinati a Attila Tremonti. Come la penso al riguardo, è noto. Ma vorrei aggiungere una piccola nota tecnica, da addetto ai lavori, ai provvedimenti annunciati dal governo in materia scolastica. In particolare mi ha colpito la faccenda del "ritorno al voto di condotta", annunciato da una parte come soluzione ai problemi del bullismo e denunciato dall'altra come ritorno a una scuola ottocentesca. Se mi si permette una licenza poetica, a me sembra semplicemente una boiata pazzesca.
Forse, in mezzo a quelli che non sono andati al di là della terza elementare, può esistere ancora qualcuno capace di immaginare che, per bocciare un bullo, sia necessario un voto di condotta e che, senza di questo, gli insegnanti siano letteralmente obbligati a mandarlo avanti. Nella mia esperienza in cattedra (e ormai cominciano a essere un po' di anni), non ricordo uno con il 7 in condotta che non fosse anche da bocciare per il profitto (un ragazzo o partecipa alla lezione o la disturba: e se uno disturba così tanto da meritare il 7 in condotta, vuol dire che non ha mai partecipato alle attività didattiche); ho conosciuto anche qualche raro caso da 6 in condotta, e si è trattato sempre di alunni che finivano l'anno con la media del "non classificato" . Dire che questi soggetti ora si possono finalmente bocciare, o è una battuta o è umorismo involontario, non ci sono altre possibilità. Ma poi, se si va a leggere bene il provvedimento, il 7 e il 6 in condotta rappresentano solo la "possibilità" della bocciatura, che però sarebbe certa se un alunno arrivasse aprendere 5 in condotta. Ora, mi chiedo: ma che deve fare un alunno per prendere 5 in condotta? Dalla mia esperienza diretta, credo che un simile provvedimento si potrebbe prendere solo nel caso di ragazzi che si macchino di azioni tipo rapire il preside e tagliargli un orecchio da inviare alla famiglia insieme alla richiesta di riscatto. Un provvedimento che dia ai consigli di classe uno strumento per avere la certezza di bocciare simili soggetti, non mi sembra molto importante, almeno dal punto di vista statistico. E' vero che abbiamo in giro un po' di bulli e che forse il numero è in crescita (ma non si fa prima a dire ai genitori di fare un po' più i genitori e un po' meno gli sponsor?), ma i bulli non sono mica la mafia cinese; anzi, la maggior parte di quelli che si incontrano sono tipi che fanno i gradassi con i ragazzini più deboli ma poi sono capaci di prosternarsi, versando ettolitri di lacrime, davanti a un qualsiasi adulto determinato a far valere la propria autorità. Il problema è che adulti di questo tipo non se ne incontarno molti, anche perché quelli che ci provano finiscono per trovarsi tra l'incudine (le famiglie dei bulli stessi, che sono pronte a tutto pur di difendere e sostenere le più bieche ragioni dei loro pargoli) e il martello (un'opinione pubblica che odia o disprezza tutto quanto è riconducibile alla scuola e agli insegnanti e una classe dirigente sempre più sollecita ad assecondare i più bassi istinti delle masse, alla ricerca del più facile consenso). Quindi, chi ce lo fa fare?
Finché non saranno risolti i veri problemi di chi se ne deve occupare direttamente, questi non spariranno certo da soli. I provvedimenti della parrucchiera fallita servono solo a caricare la classe insegnante di un'altra inutile responsabilità, per poter giustificare più facilmente, ora e più avanti, i tagli alla scuola pubblica e (datele un po' di tempo, poi vedrete) i sostegni economici che verranno generosamente elargiti alle private.

lunedì 22 settembre 2008

Sto cominciando a diventare noioso?



Sì, lo ammetto. Scrivere di spazzatura non mi gratifica. Non dico che vorrei far volare il mio intelletto fino a chissà quali altezze (ognuno conosce i suoi limiti) ma, dico, potrei almeno occuparmi di argomenti frivoli quanto si vuole, però almeno eleganti e raffinati.

Invece eccomi qua, di nuovo a rimestare come un rattus norvegicus in mezzo ai rifiuti. Qualcuno (qualche abitante dei territori al di sopra della Linea Gotica, qualcuno di quei simpatici signori che ogni tanto indossano la camicia verde e fanno rifornimento di quarti di vino fino a superare ogni limite di tasso alcolemico previsto per qualsiasi attività.... e che pure, in questo momento, sono i veri padroni dell'Italia) potrebbe rispondermi: ma che vuoi, terùn, di cosa ti vuoi occupare, te che appartieni a quella razza inferiore che ha prodotto gente come Bassolino e Iervolino. E, visto che Bassolino, almeno una volta, l'ho votato (ma dovevate vedere le alternative...), neppure saprei cosa rispondergli.

Con notevole spirito di osservazione, qualcuno ha notato che l'emergenza del 2007-2008 è stata una montatura mediatica intesa a screditare il governo di centro-sinistra per provocarne una più rapida caduta (che noia, questa gente che non sa aspettare nemmeno pochi mesi) e orientare gran parte dell'elettorato indeciso verso tutt'altre direzioni. In effetti, nessuno può dirlo meglio di noi che ci stiamo in mezzo. Nel 2007 eravamo sommersi dai cumuli di immondizia fino al collo, ma nel 2004 ne abbiamo visti di alti fino ai secondi piani delle case, solo che allora chi controllava l'informazione nazionale stava al governo e non aveva interesse a mettere in piazza i panni sporchi (espressione quanto mai appropriata). Anche per quanto riguarda la criminalità, l'emergenza sicurezza e tutti i bla bla bla conseguenti si stava peggio nel 2004 che nel 2007, e non c'era neppure stato l'indulto. Peccato che la gente abbia la memoria corta... per quanto, a certi livelli, più che di memoria corta parlerei di demenza precoce.

Comunque, godetevi le mie nuove cartoline. Immaginate un sereno sabato d'autunno, 20 settembre 2008: scena idilliaca nei limiti di quanto lo consente un paesaggio urbano, qualcosa stile film americano degli anni '60, manca solo una canzone di Burt Bacharach come colonna sonora; una coppia di coniugi prossimi alla mezza età che fanno un giro di spese (nessuna illusione: hard discount e simili), la moglie che entra in un negozietto di abbigliamento low cost e comincia a dare un'occhiata. Lo sapete come sono fatte le donne: minimo mezz'ora persa, se va bene. Allora quel perdigiorno del marito cosa fa? Va in giro e, novello Robert Capa, si mette a fotografare i cumuli di spazzatura. Cito Robert Capa senza ironia: lui è saltato su una mina, io ho rischiato di essere travolto da due tamarri su uno scooter (tutti e due sullo stesso scooter e rigorosamente senza casco) mentre prendevo l'inquadratura in mezzo alla strada. Tutto questo nella zona del mercato settimanale (che doveva tenersi il giorno dopo) di Santa Maria Capua Vetere, Italia (o, forse, Burundi?), nel paese dell'emergenza risolta. Evvai!

domenica 7 settembre 2008

un altro aggiornamento, stavolta illustrato




Questa volta ci sono passato a piedi. Aversa, Parco Argo (zona residenziale e signorile, basta guardare i prezzi delle case), pomeriggio del 5 settembre 2008. Questa sarebbe l’emergenza risolta. Peccato che non possa mostrarvi anche la periferia di Macerata Campania, dove sono passato il giorno dopo: ma, allora, ero in macchina.
Che si stia facendo qualcosa in più di prima, è innegabile: ma non ci voleva molto a farlo. E, non so cosa provino quelli che lo hanno votato (ad Aversa sono molti: in provincia circola una leggenda metropolitana – ma sarà poi davvero tale? – secondo la quale Forza Italia avrebbe comprato i voti degli aversani a 50 euro l’uno, pronta cassa), ma a me bolle il sangue dalla rabbia ogni volta che un certo figuro compare in tv a lodarsi e imbrodarsi per aver risolto l’emergenza rifiuti in Campania.
Si parla tanto, e quasi sempre a sproposito, delle strategie della politica moderna, che sarebbe basata principalmente sul saper confezionare bene il proprio prodotto (anche se consiste nel nulla) e nel convincere le anime semplici degli elettori che questo è ciò di cui hanno bisogno. Se ne parla come se fosse una cosa normale, quasi scontata, ovvia: o si fa così o è meglio ritirarsi dalla partita. Personalmente, lo trovo disgustoso: non vorrei passare per bacchettone, ma mi sembra una prova decisiva dell’imbarbarimento dei tempi e della degenerazione morale, altro che i servizi fotografici su “Famiglia Cristiana” con le modelle in (castigatissimi) costumi da bagno: perché, sì, nel nostro Paese accade anche che qualcuno (peraltro considerato capace di intendere e di volere e con diritto di voto) si scandalizzi per questo, incurante di tutto il resto.
Non so quali a mentori e precursori facciano riferimento quelli che hanno ridotto la politica a un teatro di guitti e ruffiani, più di quanto non fosse anche prima, ma io ne conosco uno che il PdL dovrebbe onorare come il proprio padre nobile: Joseph Goebbels. Sciaguratamente per loro, in un momento particolarmente sfortunato, si ammazzò con la moglie e tutti i 7 figli (senza chiedere il consenso a questi ultimi) ma, se oggi tornasse redivivo, ci sarebbe certo un posto da ministro o addirittura vicepremier pronto per lui nel governo italiano.
Nel libro che ho appena finito (“Obiettivo: Mercedes nera”, di Miroslav Ivanov, uno degli ultimi numeri della splendida “Presadiretta” di Mondatori, uscito nel lontano 1972) si ricostruisce la storia dell’attentato che, nel 1942, portò all’uccisione del governatore tedesco dell’attuale Repubblica Ceca, il famoso “boia di Praga” Reinhard Heydrich (un tipo che ammazzava i cristiani come noi le zanzare ed era sposato con una donna talmente sensibile da preoccuparsi di rivendere ai fiorai, prima che appassissero, i fiori utilizzati al funerale di un figlio morto bambino investito da una camionetta). La storia è lunga e complessa e la ricostruzione dell’autore (uno storico ceco che trascorse diversi anni a intervistare i pochi testimoni superstiti) merita di essere letta direttamente, se qualcuno riesce a ritrovare il volume (io l’ho comprato su Ebay). Cito solo un episodio, l’ultimo: i partigiani cechi che compirono l’attentato finirono per nascondersi nella cripta sotterranea della cattedrale dei SS. Cirillo e Metodio a Praga; furono poi scoperti a causa della delazione di un traditore, tre settimane dopo; resistettero strenuamente a ogni tentativo di stanarli finché, terminate le munizioni, si uccisero prima di essere catturati. Durante le ore in cui centinaia di SS e soldati tedeschi li assediarono inutilmente, i cittadini di Praga pensarono a lungo che tutta la battaglia fosse una messinscena organizzata dal nuovo governatore tedesco, K.H. Frank, per far credere che finalmente l’efficientissima polizia tedesca avesse scoperto gli assassini di Heydrich (senza il traditore, invece, non ci sarebbe mai riuscita): alcuni praghesi pensarono addirittura che dentro la cripta stessero nascosti altri tedeschi e che i colpi sparati fossero a salve. Tutto questo perché, durante il periodo dell’occupazione nazista, avevano avuto modo di ammirare molte altre messinscene simili e subito in seguito il bombardamento della propaganda conseguente. Lo raccontavano, finita la guerra, come se fosse stato qualcosa di allucinante (e avevano perfettamente ragione).
Poveri cristi, chi sa cosa penserebbero adesso a vedere quello che stiamo passando qui. E’ proprio vero che “chi non conosce la Storia è condannato a ripeterla”… spero, almeno, non fino in fondo: anche se certe crociate contro capri espiatori accuratamente scelti e la precisa e costante volontà di aizzare le varie categorie della popolazione le une contro le altre, fanno temere che il peggio sia ancora di là da venire.

lunedì 25 agosto 2008

Fannulloni e Parassiti. La scienza della disinformazione

Questo blog è talmente poco frequentato che, se lo chiudessi, nessuno ne sentirebbe la mancanza. Non è proprio il massimo della mia ambizione ma è la realtà. Tuttavia, pur nel suo modo insignificante di esistere, serve a portare avanti qualcosa di valido. Esprimo qualche idea, senza uniformarmi (almeno, non volontariamente o perché indotto a farlo dalla prospettiva di ricavarne un vantaggio materiale) alle tendenze dominanti. Offro, nel modo di lucido che mi riesce di mettere insieme, la dimostrazione il più possibile razionale e rigorosa del perché interpreto certi fatti in un certo modo. Sarei aperto alle critiche, ma finora non ne ho ricevute. Chi potrebbe criticarmi, evidentemente, o passa oltre o ignora la mia esistenza. Pazienza.
Un’altra caratteristica di questo blog è la determinazione a mantenere un profilo basso. Anche quando tratto argomenti di una certa serietà, non voglio scavare una distanza eccessiva tra me e chi mi legge (anche perché non sarei in grado di reggere un gioco simile). Non voglio propormi come un tuttologo: sono solo una persona comune, con le esigenze delle persone comuni, che ha perso un po’ più di tempo della media a farsi un minimo di cultura e a riflettere sul perché succede ciò che succede. Le due attività sono, in larga misura, imprescindibili l’una dall’altra: leggere molti libri senza provare a convalidare ciò che si è appreso attraverso l’esperienza reale, può diventare una fuga dalla realtà, una forma innocua ma disarmante di nevrosi; porsi delle domande e cercare delle risposte è sempre bello e utile, ma occorre prima aver messo insieme un bagaglio di nozioni, concetti e metodi con cui operare, altrimenti si finisce a passare tutto il tempo immersi in vuote fantasticherie, e anche questo è un comportamento nevrotico. Molte persone hanno delle lucidissime intuizioni sulla realtà che li circonda, ma non sanno svilupparle in alcun modo e, partendo da queste, finiscono per coltivare idee fatte di pura paranoia. Questo è davvero triste, anche per lo spreco di intelligenza che ne consegue. E’ proprio a questo tipo di persone che il mio blog, idealmente, si rivolge.


Torno sulla faccenda degli statali fannulloni e dei provvedimenti presi (si fa per dire) ad hoc contro di essi dal presente Governo, per proporre un argomento che, finora, non è stato sollevato da nessuno. Recentemente, il ministro Brunetta ha dichiarato in un’intervista che non ha ancora finito e che andrà comunque avanti perché 60 milioni di italiani sono dalla sua parte. A tale dichiarazione, si potrebbe rispondere con tutto un repertorio di battute. Ne riporto solo alcune: 1) una persona intellettualmente onesta non avrebbe bisogno di cercarsi una giustificazione così populistica, basterebbe dire “vado comunque avanti perché sto facendo una cosa giusta”: parecchi milioni di tedeschi erano con Hitler quando perseguitava gli ebrei, ma non mi pare che questo basti a farne un esempio da seguire; 2) i residenti in Italia sono solo 59 milioni, e di questi una certa quantità, mi pare 3 milioni, sono stranieri: gli italiani dunque non sono più di 56 milioni. Il consenso dei 4 milioni che mancano al conto, Brunetta, come se lo è procurato? Con le sedute spiritiche? 3) Io e tanti altri non siamo assolutamente d’accordo con lui, così come non vogliamo assolutamente nulla di ciò che, secondo quanto i vari Capezzone e Cicchetto ci propinano quotidianamente dai tg, gli italiani vogliono. Forse non siamo più considerati italiani? Ditemelo per tempo, se sono diventato apolide, così almeno mi procuro un passaporto Nansen.
Però, la questione è un’altra. Indubbiamente, l’operazione di Brunetta riscuote un ampio consenso, che in parte è giustificato dalla condotta irresponsabile di alcuni dipendenti pubblici, in parte è dovuto all’effettiva inefficienza delle amministrazioni (ma, per rimediare a quella, occorrerebbe sanzionare i dirigenti e i politici, non i dipendenti) e molto, moltissimo, è stato costruito attraverso un’opera di disinformazione condotta con criteri sistematici e scientifici, degna di uno stato totalitario (quale siamo e saremo finché si permetterà la candidatura in politica di gente che possiede il monopolio dell’informazione). La gente è stata convinta che: 1) in Italia vige un livello di tassazione spaventoso; 2) per colpa di questo regime fiscale le famiglie non arrivano a fine mese; 3) tutto questo enorme sacrificio serve solo a mantenere un esercito di parassiti; 4) facendo sparire questo esercito, la crisi economica finirebbe e l’economia prospererebbe.
Ora chiediamoci: quanto c’è di vero, in tutto questo? La risposta è: molto poco.
Parliamo del livello di tassazione: Confindustria e le altre associazioni di professionisti e autonomi, ci ripetono che noi versiamo circa il 42% dei nostri guadagni allo Stato; l’attuale presidente del Consiglio, durante una campagna elettorale, ha dichiarato che, ogni anno, noi lavoriamo fino al 28 luglio per lo Stato e solo il poco tempo che resta per noi: significherebbe che sborsiamo circa il 60% dei nostri guadagni per pagare le imposte. Sono cifre da capogiro, roba da giustificare assalti alla Bastiglia e iniziative non meno drastiche. Peccato che la realtà sia diversa. La maggior parte degli italiani (mi riferisco ai lavoratori dipendenti) dichiara un reddito annuo lordo inferiore a 20.000 euro: su queste cifre, il livello medio della tassazione (notoriamente proporzionale e progressiva), si aggira sul 26% per quanto riguarda l’Irpef e, sul totale, dubito che possa superare il 33-35%. A qualcuno potranno sembrare percentuali alte, ma siamo molto lontani dalle cifre di cui parla Confindustria (le altre, non sono neppure da prendere sul serio). La maggior parte degli autonomi dichiara ancora meno, quindi paga ancora meno. Il livello di imposizione fiscale di cui si straparla, dunque, è un livello teorico, almeno per la maggior parte di noi. Basta studiare un po’ di Scienza delle Finanze e farsi qualche semplice conto per comprendere che, se a uno tocca di pagare il 42% dei suoi guadagni in tasse, evidentemente i suoi sono davvero dei bei guadagni, e certo il problema di arrivare o meno a fine mese non lo riguarda; l’idea di un altro che paghi addirittura il 60%, personalmente mi fa pensare a guadagni talmente elevati da permettersi una vita di lusso, altro che i problemi della gente comune. A chi ha anche la spudoratezza di lagnarsi, trovandosi in queste condizioni, sarebbe lecito rispondere: ma paga e sta’ zitto, guarda come stanno gli altri e vergognati. Chissà perché, oggi nessuno si sogna di farlo.
Parliamo adesso delle famiglie che non arrivano a fine mese. Ce ne sono, magari un po’ meno di quelle che si lamentano di questa situazione, ma certo ce ne sono. Molte sono al limite: arrivano a fine mese senza troppe difficoltà, ma basterebbe una semplice variazione in negativo (separazione tra coniugi o malattia grave di uno dei due, per esempio) per farle precipitare nel baratro. Questo è un problema molto più serio di quanto comunemente non si creda e lo smantellamento dello Stato Sociale non farebbe altro che aggravarlo, ma la questione oggi è demodé e ci si guarda bene dal sollevarla. Ma, chiediamoci, cos’è che riduce le famiglie in queste condizioni? Le tasse? Vogliamo far ridere? Lo sappiamo benissimo, di chi è la colpa: siamo strangolati dal carovita, dai prezzi alti che (specie durante i precedenti governi di centrodestra, che risolvevano il problema truccando disinvoltamente i dati dell’Istat) sono cresciuti molto più di salari e stipendi. Dunque, se abbiamo difficoltà ad arrivare a fine mese, prendercela con gli statali è un po’ fuori posto, soprattutto considerando che l’aumento dei prezzi non si ha mai per caso ma per precise responsabilità di precisi soggetti: verso i quali, chissà perché, nessuno lancia crociate come quella di Brunetta.
L’equazione commercianti = ladri esprime con precisione il pensiero di molti lavoratori dipendenti ma, quanto a realtà, vale quanto statali = fannulloni. In altri termini, ce ne sono ma non si può fare di tutta l’erba un fascio. E anche tra quelli che non sono del tutto a posto, è necessario fare qualche distinzione: alcuni statali fannulloni si dedicano con più impegno a un altro lavoro fuori dell’amministrazione perché altrimenti non riuscirebbero a tirare avanti con il misero stipendio che prendono; alcuni commercianti (specie tra quelli piccoli) fanno la cresta su ciò che devono al fisco e cercano di barcamenarsi oltre il limite del lecito nei rapporti con clienti e fornitori perché, se non facessero così, dovrebbero chiudere. Anche se pochi ne parlano (in genere, si viene a sapere solo conoscendo i soggetti interessati di persona), esistono perfino statali che, pur di servire solo l’amministrazione, fanno letteralmente la fame e commercianti (sempre piccoli) che, pur di rispettare la legge, hanno chiuso e magari si ritrovano anche pieni di debiti. Colgo l’occasione per dichiarare tutta la mia ammirazione e offrire tutta la mia solidarietà a questi eroi della nostra moderna civiltà, anche se quasi tutti li considereranno solo dei fessi.
Poi, però, esistono i delinquenti senza scrupoli: senza il minimo scrupolo, anzi, visto che sono delinquenti legalizzati. Molti commercianti (come tanti altri autonomi) oltre a dichiarare guadagni bassissimi o inesistenti per frodare il fisco, non hanno alcuno scrupolo a fregare i clienti in ogni modo immaginabile (i prezzi alle stelle non sono l’unico). Sono tipici soggetti da galera ma purtroppo ci finiscono troppo raramente. Il fatto che siano tutti elettori di centrodestra dovrebbe dirla lunga sugli obiettivi politici del presente Governo.
C’è poi un’altra categoria, di cui si parla poco e che, invece, dovrebbe essere oggetto di parecchia disapprovazione da parte dei cittadini: gli intermediari, i mediatori. Nell’epoca dell’informatica e di Internet, sono figure anacronistiche, destinate a diventare del tutto inutili se non dannose per i costi che comportano. Dovrebbero servire a far incontrare la domanda con l’offerta all’altezza del giusto prezzo: ma, in realtà, poiché guadagnano a percentuale, il loro obiettivo è sempre di far salire il prezzo il più possibile. All’aumento che provocano in questo modo, poi, bisogna aggiungere il costo della loro percentuale, tutt’altro che trascurabile: niente di strano se poi qualunque prezzo sale al di là di ogni livello tollerabile. Quando poi ci sono più passaggi dal produttore al consumatore, l’effetto aumenta in modo esponenziale: lo stiamo vedendo con i prezzi di frutta e verdura, con i produttori che vendono a quasi nulla e i consumatori che pagano a peso d’oro. A cosa servano, oggi, i mediatori, non si sa. Una minima conoscenza del codice civile e dell’informatica, oltre alla santa abitudine di tenere gli occhi aperti (come consigliano da sempre le associazioni di consumatori) dovrebbero essere più che sufficienti per assicurare il successo di una buona transazione. Alcuni (riconosciamolo) sono davvero persone competenti nel loro campo e avere a che fare con loro comporta notevoli vantaggi per i clienti: ricordo, ad esempio, di aver avuto a che fare con un agente immobiliare specializzato in piccoli immobili di quartieri popolari ma dignitosi, al quale bastava lasciare la descrizione delle proprie esigenze e il prezzo massimo che si era disposti a pagare (tutto questo dopo un po’ di amichevole discussione, perché a volte i clienti confondono i propri sogni con la realtà) per vedersi proporre, passato un tempo ragionevole, una serie di immobili più o meno rispondenti ai criteri determinati. Non era esoso per i compensi, era perfetto per chi doveva organizzare una lunga trasferta o per chi era soffocato dai preparativi di un imminente trasloco, in più era una persona cortesissima, correttissima e rispettosa della legge: purtroppo, e il fatto non mi sembra casuale, era sempre sul punto di chiudere e non so neppure se sia ancora in attività. Se fossero tutti così, capirei la necessità di mantenerli. Ma quanti sono davvero così bravi e onesti? A giudicare da come ce la caviamo oggi, direi una sparuta minoranza, assolutamente non significativa. Insomma, senza offesa per nessuno, se le famiglie hanno problemi ad arrivare a fine mese, la sparizione dei mediatori ne risolverebbe una buona parte. Detto così, suona parecchio truculento: ma non è peggio di quanto quotidianamente si sente dire degli statali.
A quando, allora, l’avvento di un ministro che finalmente lancerà una crociata contro i professionisti inutili che servono solo a far salire i prezzi? Di un Brunetta che si preoccupi di fare qualcosa davvero nell’interesse dei cittadini e non solo di gettare fumo negli occhi dei gonzi?